Non si corre mai abbastanza lontano da se stessi.

Il natale ha sempre un effetto funesto sulla mia psiche. 

Comincia strisciando, col primo freddo, l’isteria collettiva della festa.

Gente sempre più inspiegabilmente coperta per le strade, loschi tizi in pettorina arancione abbarbicati sopra il  massimo piano prospettico che riesci a vedere nel gigantesco ingorgo dele 17: 35 in cui sei confluito grazie agli onnipresenti ed improvvisi “lavori” in cui un romano non può non imbattersi, le prime luci al neon sapore Bianco Natale che campeggiano davanti la tua finestra a ricordarti invasivamente che sta arrivando.

Poi le prime foto con improbabili conti alla rovescia verso mete astruse su ogni social network, pubblicate da “amici” che odiavi alle elementari.  I volti forzatamente sorridenti, la fila nei supermercati con i suoi vecchietti sempre più grigi e grinzuti persi dentro se stessi, occhi lacrimosi di chi ha resistito a tutto per vedersi invadere dai centri commerciali e dal lusso a poco prezzo. 

Quest’anno la mia soglia di sopportazione mi ha abbandonato qui.

Un po’come la mia prima bicicletta, regalo di seconda mano di mia madre, riconsegnatami rotta dopo il primo giro in cui la prestavo. Era estate. Eppure se penso ad un momento deprimente della mia vita, abitudine oramai conclamata in questo periodo, il cazziatone dei miei, e la bicicletta relegata in cantina con il foglio di via perché nessuno dei due ebbe il cuore o la testa di sedersi vicino a me a farmi vedere se si poteva aggiustare, è sicuramente parimenti calzante. 

Avrei dovuto capirlo lì che crescere era un inganno. 

Avevo otto anni quando Babbo Natale venne a casa, pieno di doni, su delle fantastiche scarpe da donna. Mia madre s’era vestita in terrazza con la scusa di andare a raccogliere i panni. Dolce eh? Non ricordo nemmeno dove stava mio padre. Se c’era, non ha mai dato segni di vita. 

Schifo il Natale perché l’ho talmente amato da inorridire a vederlo vituperato in malo modo negli anni. Quel senso di orrore, che solo una persona vicina per cui provi amore e stima, fallendo, potrebbe garantirti in mezzo a tanta altrui felicità, non mi ha mai lasciato veramente. 

Sono ancora nel traffico è d è il tramonto, il semaforo s’è fatto più vicino, il tizio con la pettorina è sceso e sta fumando una sizza con un suo collega che smanetta, nel frattempo, dentro una cabina della corrente. Gli addobbi si accendono, molti si affrettano su i marciapiedi colmi di clienti soddisfatti, prigionieri di sbrilluccicanti vetrine. 

Vedo loro e sono altrove anni prima. 
24 Dicembre sera, al negozio dei miei zii. Grande opportunità commerciale, il Natale, specialmente se sei l’ultimo negozio aperto in una città abitata da “nonvivi” mangiatori di carboidrati e tu vendi pasta all’uovo. Ed entravano, a frotte, imbellettati e già pronti per festeggiare, tutti ghingeri e piattini, a comprare l’ultimo vassoio di pasta ordinata per telefono ore prima, sfoggiando il più smagliante sorriso del repertorio mentre illudevano i mei tentativi di chiudere la porta del negozio, affinché anche io avessi potuto aspettare Babbo Natale. 
Cenammo al negozio, tutti bianchi di farina. 

Il lungo serpentone di macchine avanza, io con loro, bestemmiando i sandali d’un santo a caso tra i molti finiti nel mio florido repertorio. 

E’ Natale, e come sempre, voglio fuggire via. 

Non si corre mai abbastanza lontano da se stessi. 

Alessio 

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Cassonetto

Casonetto.

Giro la curva e sono già in vista di casa del Socio.
Parlo al telefono con la Donna mentre, lento, faccio la discesa verso il cantiere della nuova metro.
Comincio a cercare posto sapendo che di 25 Dicembre la gente sarebbe rimasta a casa in un quartiere popolare
come il Tufello.
Avanzo piano e vedo due tizi intenti a guardare un punto sulla destra, dove luce e fumo si spandono da un cassonetto in fiamme.
Passo lento e chiudo con la Donna, nel tentativo di chiamare i pompieri.
Faccio il 118, e non risponde nessuno. Ovvio penso.
Ma il dubbio che il numero è sbagliato arriva subito dopo. [Cazzo non mi ricordo il numero dei pompieri!]
Pesco il numero dal telefono e chiamo il 115, l’altro era per le emergenze mediche, […e non avevano risposto!]
Bene, penso. Nel frattempo mi risponde l’operatore cui segnalo la via. Erano già per strada.

Solo tornando a casa ore dopo mi sono chiesto il perché in ogni sommossa i cassonetti vengano immolati.
Mi son reso subito conto che non è un bel segnale, tinge l’intera zona di una tensione che comincia a farsi finalmente palpabile.
Piccoli indizi, come le 5 auto bruciate la settimana prima.

Mi vengono in mente tutti gli episodi da tg e da film di guerra, volti bendati, caschi, manganelli in aria. E cassonetti, bruciati.
Ma perché il cassonetto dico!
Ok, sta lì, fermo, carico di merda inutile, il bersaglio perfetto per i facinorosi.
Ma se avesse una simbologia tutta sua? Se oltre ad essere il bieco,immobile,vandalizzabile, monumento sl disuso fosse elevato
a maggior visione, assumendo le sembianze di personificazione della modernità?

Immaginiamo un rifiuto, piantato nella testa appena alzata di chi smette di farsi prendere per il culo.
Si può rifiutare un servizio? si può esprimere il proprio dissenso immolando uno spauracchio?
Probabilmente il collegamento fila abbastanza bene nella testa di alcuni.
Sono disperato/frustrato e/o trovo divertente/stimolante appiccare un fuoco a oggetti casuali.

Improvvisamente mi sembra che tutto fili,
La scelta non è così casuale!
Il cassonetto diventa il veicolo del desiderio i mondare le proprie frustrazioni, il desiderio primordiale
di mandare un messaggio a qualcuno, un messaggio che porta la firma di chi sta segnalando
che non è in timore di agire con forza contro l’ordine prestabilito; sebbene, mi trovo a pensare, molto probabilmente non si renda conto che
ciò conduca inevitabilmente alla denigrazione della stessa società moderna.

Ma una società medioevaleggiante necessita di sangue.
Sangue e arena, penitenza e castigo, assolto e condannato.
Abbiamo cambiato il nome degli addendi, eppure stranamente il risultato ha lo stesso sapore.
Qualcuno paga per tutti.
Tutti pagano per qualcuno.
Non crucciatevi, è evoluzione.
Siamo quindi destinati a perire in questo pessimo stagnare oscurantista? [no, cazzo!]

Eppure chi ci rimette per ora è proprio il cassone, così impacchettato, bollato e sponsorizzato,
pubblicità parassita sul luogo/oggetto dello scarto!

Il rifiuto del marchio, la consapevolezza del danno, la belluina necessità di consumare qualcosa
annientandola per il gusto di vederla fiorire di rosso mentre ci si balla attorno.
l’impellente necessità regredita a urli rauchi e cose divelte e lanciate.

Natale, siamo tutti più buoni. Beh non proprio tutti tutti.

Fatalità?

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Traumi

Zoe è un cane.

Ha il muso marrone e la schiena nera, zampe pesanti e l’espressione stolida di chi t’ama profondamente con una punta di dedizione senza preoccuparsi delle sottigliezze.

Fa caldo quando i miei partono per la prima volta affidandomi i pargoli la cui venuta a casa ho così tanto osteggiato.

Ho sempre trovato ridicolo circondarsi di animali per supplire a manchevolezze nel proprio quotidiano. Evidentemente i miei non sono dello stesso parere sicchè, per tutelare il loro sacro diritto alle ferie, lasciano 3 cani proprio a me che disapprovo (diciamolo pure, odio) gli animali d’appartamento.

Mi trovo cosi ad accudire 3 cani con una croce di dita sul cuore e la speranza che questo mio forzarmi venga apprezzato dai Marcheggiani.

I miei partono con sfarzosi sorrisi e centinaia di raccomandazioni: cibo, uscite, coccole, niente è lasciato al caso.

Sono già al secondo giorno di dogsitting; fuori un caldo pomeriggio s’aggiunge lento ai miei ricordi come una delle giornate più calde della stagione, per strada nessuno, il placido vento caldo scivola morbido e bollente sull’asfalto cullando il piacevole vuoto visivo ed uditivo offerto dai miei intorni.

Sfrutto la coincidenza astrale e libero gli animali su un prato ancora folto ma già ampiamente deserto. Scodinzolano tranquilli in cerca di odori nuovi e limiti privati in un territorio pubblico, li guardo con gli occhi strizzati per quanta luce c’è. Vedo ombre scure giringirare qui e li controllando l’ultima feromonica spruzzata lasciata da qualche altro esemplare canino passato per di li.

Comincio a pensare di riportarli su e uscire, li chiamo e ne tornano due su tre. Manca uno, cazzo. Manca Zoe.

La chiamo e la cerco senza ottenere risposta. Mi avvicino al primo cespuglio e la trovo adagiata a terra che si lecca la zampa posteriore destra a profusione.

Sul momento non faccio caso ne all’odore che emana, ne all’insistenza maniacale con cui insiste nel leccarsi.

Lego il guinzaglio e mi avvio verso casa, subito preceduto dagli altri due cani. Zoe non ce la fa, rimane indietro, piange.

Mi giro per sgridarla e noto una scia di umido sull’asfalto perfettamente asciutto che porta direttamente alla cagnolina. Trema, si siede a terra, mi guarda e ricomincia a leccarsi.

Scosto con difficoltà la testa per vedere un taglio profondo e netto aperto sulla zampa. Un vetro, un vetro fottuto, qualche idiota deve aver lanciato una bottiglia di vetro contro un albero senza preoccuparsi delle schegge sparse qui e li. Deve essere stato un vetro, mi dico, mentre abbraccio la cagnolina e di peso la porto a casa.

Il sangue sgorga copioso dal taglio e temo il peggio, vinco la reticenza per ferite e simili e le stringo la zampa con la mia destra.

Entro in ascensore come un ossesso, pigio il tasto 6 con il naso e mi vedo nello specchio. La maglietta per fortuna è nera, ma è già intrisa di sangue, mi guardo la mano e vedo solo carmigno icore ruscellare tra le dita e perdersi a terra.

Entro a casa e adagio Zoe dentro la vasca, mi guarda con paura ma non emette un suono, scodinzola a tratti, continua a cercarmi. La sciacquo con dell’acqua ossigenata, la bendo come posso e scappo dal veterinario.

Il tragitto in macchina non è facile, Zoe si sdraia e chiude gli occhi, io continuo a chiamarla mentre viaggio a velocità relativistica nel traffico. Sange, c’e sangue ovunque, anche in posti in cui non è stata. L’odore di paura è forte e mozza il fiato.

Strano come non ci si abitui mai al puzzo del sangue. E’ un richiamo primordiale ed innegabile che spinge lo stomaco a contrarsi e, nel mio caso, i testicoli a risalire verso la gola.

Arrivo dal veterinario sperando sia aperto, la serranda è alzata e la porta leggermente socchiusa. L’apro sperando che non ci sia nessuno in sala d’attesa. Presto poca attenzione alla gente in sala. Entro direttamente dal veterinario, coperto di sangue non mio e con un fagotto mezzo svenuto in braccio.

Si mette subito all’opera con certosina pazienza e lava il taglio, mentre lo fa mi parla e prova a tenermi sveglio, mi guardo tra un discorso e l’altro solo per rendermi conto di quanto sangue m’abbia incollato la maglietta addosso, mi sale un conato di vomito istantaneo e la testa gira vorticosamente.

Mi accascio sul tavolo di metallo del veterinario con la faccia sul freddo acciaio. Siete mai svenuti? Mi siete mai spenti? Per me è la seconda volta, non è piacevole per niente, ti lascia una sensazione di vuoto e di incompletezza che difficilmente si colma in seguito.

Ci si spegne, si chiudono gli occhi,  ci si accascia dove ci si trova e niente più. Ci si sveglia con il dolore della botta presa e con il desiderio di sapere come e perché ci si è spenti.

Mi sveglio che Zoe è cucita, mi dicono che son sparito per pochi secondi, ma per me è lo stesso. Decido che non avrei voluto più la responsabilità d’assicurarmi il benestare di terzi.

Trovo già abbastanza difficile mantenere in forma me, figuriamoci se mi posso assicurare il benessere d’un cane.

Avevo 25 anni, mai decisione fu più tristemente disattesa.

Ne ho quasi 30, il diritto alle ferie degli altri è sempre sancito da poteri superni e superiori al mio faticoso diritto di lavorare e vivere in pace la mia incasinatissima esistenza.

Questa volta non si tratta di 4 giorni. I miei partono per 2 settimane accollandomi la pratica cani senza nemmeno chiedermi il permesso di schiaffarmelo dietro. Bene, direbbero alcuni. Ouch, altri.

Appartengo ad una casta di mezzo evidentemente, dato che per il maledetto quieto vivere non piallo subito l’evidente felicità che il resto della mia inutile famiglia sprizza da ogni poro per l’incipiente viaggio verso una non ben denotata meta del sud del mondo.

Mi sforzo di capire come si possa essere così impertinentemente imbecilli da perseverare nel mantenere un numero di animali domestici bisognosi di attenzioni pari al numero di idioti bipedi che calcano gli 85 metri quadri di casa. Stando ovviamente attenti alle incipienti pisciate che i cantopi così efficacemente elargiscono.

Mentre mi struggo nel primo tentativo di portare i cani a pisciare in luoghi più comuni del mio salone, mi attanaglia il pensiero che niente renderà le mie prossime due settimane un periodo felice.

Mi sento costretto ad un compito improbo e senza senso nel buon nome della mia passata bontà. Ma scopro ben presto che anni di vaneggiamenti hanno lasciato ben poco di buono dentro di me.

Cerco immediatamente una pensione per levarmi dal cazzo i cani. Il prezzo è assurdo, inoltre dare 800 euro a una coppia di animalisti stronzi mi crea spasmi tonico muscolari al braccio sinistro.

Mentre mi fascicolano i muscoli attacco la telefonata con la spocchiosa idiota che mi chiede 80 euro/giorno per tenere 4 cani di piccolissima taglia in 20 metri quadri di verde.

Comincio a pensare di non aver correttamente colto il senso della vita, che il mio studiare non sia servito a niente e che sarebbe stato meglio se con i soldi versati per la pessima università avessi comprato un ranch per tenere i cani di ricchi durante le loro sortite libertarie a Courmayeur.

E già il mattino del 3 giorno. Trovo un messaggio di mia madre  in segreteria. E tutta colma di serena felicità mentre mi chiede di ricaricare i cellulari delle mie sorelle. E stracolma di felicità mentre mi saluta di corsa e mi assicura che mi ridarà i soldi quando torna.

Non mi chiede nemmeno come sto.

Attacco in ufficio, dopo aver pulito il quotidiano casino lasciato dall’intestina genuina manovalanza canina, senza fornire una adeguata risposta all’appendicite familiare che impesta l’Ecuador in mia vece.

Dopo poche ore squilla il telefono, mia sorella straparla convenevoli con dubbi risvolti sociali. Le dico che va tutto bene e che i cani sono in pensione. Silenzio.

Ancora silenzio.

Poi mi passa mio padre che mi chiede dell’accaduto.

Rispondo come solo chi lavora 13 ore al giorno può fare: devo lavorare, a dispetto della sua pensione, di mia madre che fa finta di occupare un posto per 7:45 ore al dì e che è andata in depressione per una categoria di lavoro che non le è stata accordata dagli anni ’80, delle mie sorelle semidisoccupate in cerca di un nullafare per riempire di qualcosa le loro rancorose giornate.

Mentre finisco di parlare ecco mia madre che strepita e urla la mia mancata correttezza, il mio mellifluo sotterfugio.

Se solo sapessero che i cani sono a casa.

Istantaneamente è satori. Non interessa di come sto, di chi sono, di ciò che faccio, dei miei problemi, dei miei sogni, del mio vivere. Non conto niente, non sono niente, non merito niente.

In realtà mi basto, mi conto e mi merito. Io esisto.

Cazzo, Io sono vivo e voi siete morti.

Scrivo e aspetto che tornino, solo per far assaggiar loro il vuoto che conto di lasciare.

Penso.

 

 

 

 

Digressione | Pubblicato il di | Lascia un commento

spiaggia

il sole cadeva ferito nel mare sprillando rosa ovunque.
La spiagia era deserta e stnca, sembrava prendere finalmente respiro e commiato dalla torma di gente che fino a qualche ora prima l’affollava.
Famiglie, cani, bagnanti. Principalmente francesi e una troppa buona dose di italiani buttati in quella caletta Corsa nel sud ovest del’isola.
Cominciava già a far pià fresco mentre si accendevano le prime luci dell’unico chioschetto abbarbicato su una duna. Sgangherato e piccolo non aveva nemmeno "la bier a la pres".
Cazzo, non potevo nemmeno farmi una fottuta media.
L’ultima volta che son stato qui avevamo litigato ricordi? te ne stavi zitta nel tuo presuntuoso puntiglio, pur mantenendo una vestigia di partecipazione con qualche agghiacciantemente falsa risata qui e li.
Eppure mi ritorna in mente il nostro guardare l’orizzonte per veder scomparire anche l’ultima fetta di luce. L’ultima stilla ha lasciato una solare tinta arancione come volesse dire "Ehi, io son stato qui". Vivere è difficile e brutto talvolta. Eppure siamo fortunati, ogni giorno paghiamo un po del biglietto per un giro attorno al sole. 
Mi siedo sulla sabbia, questa volta da solo.
Lentamente tiro fuori il tabacco e le cartine. Ancora piu lentamente osservo la saccheta che mi hai regalato e vedo per la prima volta quanto è vissuta. Il bordo un volta beige ora è scuro scuro come la tela marrone. Non ne sono sicuro, ma sembra vi sia ancora qualche punto pulito.
Non si vede un cazzo e rinuncio.
Beh come è andata? sempre a corto di argomenti seri? sempre alle prese con la solita vita, le solite semisoddisfazioni? ancora a lavorare per il padre del tuo ex ed a vivere con sua sorella? ma come, tu che cos’ fortemente criticavi il mio portare le pastarelle a casa dopo la gita domenicale a porta portese he fine hai fatto?
Per un secondo rido mente chiudo la mia sizza, ho sabbia fine sui pantaloni di tela e i piedi sepolti nella sabbia calda. Bello. Sento questo calore marino salirmi lngo la schiena e mi godo due boccate di città in questo noioso e salutista paradiso.
a metà sigaretta già non mi va più, la rigiro tra le dita indeciso se coprirla di sabbia e lasciare che qualche bambino sveglio la additi come una canna il giorno dopo o se invece tentare un incivile ma catartico lancio nel mare.
Aspiro una lunga boccata giusto per sentire l’apnea che ne consegue. Scopro che non me ne frega un cazzo.
la frullo alla rinfusa sul bagnasciuga, forse il ragazzotto sveglio andrà a farsi un bagno e potrà dire d’aver trovato un cannone nel pulitissimo mare Corso.
Ovviamente non c’e risposta, ci siamo solo io, il baretto che magicamente vende pizze surgelate ma non ha nessuna fottutissima birra in frigo e il mare.
Smettila di impicciarmi la testa, mi dico, ti pare che sto cazzo di passato debba tornare proprio quando è meno voluto?
Mi alzo  e vado a bagnarmi i piedi mentre cammino sulla sabia umida. Rabbrividisco mio malgrado e scopro mi piacerebbe pensare d’essere dimenticato per un pò.

Vaffanculo, Cazzo!

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happiness is a warm gun

She’s not a girl who misses much
Do do do do do do- oh yeah
She’s well acquainted with the touch of the velvet hand
Like a lizard on a window pane

The man in the crowd with the multicoloured mirrors
On his hobnail boots
Lying with his eyes while his hands are busy
Working overtime
A soap impression of his wife which he ate
And donated to the National Trust

I need a fix ‘cause I’m going down
Down to the bits that I left uptown
I need a fix cause I’m going down
Mother Superior jump the gun
Mother Superior jump the gun
Mother Superior jump the gun
Mother Superior jump the gun
Mother Superior jump the gun
Mother Superior jump the gun

Happiness is a warm gun
(Bang Bang Shoot Shoot)
Happiness is a warm gun, momma
(Bang Bang Shoot Shoot)
When I hold you in my arms
(Ooooooooohhh, oh yeah!)
And when I feel my finger on your trigger
I know nobody can do me no harm
Because happiness is a warm gun, momma
(Bang Bang Shoot Shoot)
Happiness is a warm gun
(Bang Bang Shoot Shoot)
-Yes it is, it’s a warm gun!
(Bang Bang Shoot Shoot)
Happiness is a warm, yes it is…
GUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUN!
(Bang Bang Shoot Shoot)
Well don’t ya know that happiness is a warm gun, momma?
(Bang Bang Shoot Shoot)
Yeeeaahhh!

eh già, chi l’avrebbe detto che sarebbero morte le quaglie nel pozzo?

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grazie nick!

Well there was a man who lived in a shed
Spent most of his days out of his head
For his shed was rotten let in the rain
Said it was enough to drive any man insane
When it rained
He felt so bad
When it snowed he felt just simply sad.

Well there was a girl who lived nearby
Whenever he saw her he could only simply sigh
But she lived in a house so very big and grand
For him it seemed like some very distant land
So when he called her
His shed to mend,
She said Im sorry youll just have to find a friend.

Well this story is not so very new
But the man is me, yes and the girl is you
So leave your house come into my shed
Please stop my world from raining through my head
Please dont think
Im not your sort
Youll find that sheds are nicer than you thought.

Quesa canzone e bellissima.
Ha un suono delicato e carismatico, un tocco di piano alternato da una
sapiente chitarra e una voce che suggerisce sogni e stelle.
Per ua volta mi sento piacevolmente scarico, non trainato verso il
basso da pensieri pesanti, ma felicemente tra le nubi. Improvisa comìè
venuta questa sensazione fa quasi paura, ma l’accolgo volentieri, buon
segno che le cose son meglio del previsto!
Aspetto il sonno come un vecchio amico al bancone del bar, con un jack
a farmi la corte ambrata nel bicchiere e luci basse verso fumosi tavoli
da biliardo.
Non credo lo dovrò aspettare per molto, già lo vedo arrivare.
Notte.

razie

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Click

Piove.
Il cielo e un maledetto straccio zuppo che scroscia giù le troppe lacrime amare della  città.
Piange indiscriminatamente su tutto e tutti, pulisce, rigenera e smuove la marana sul fondo.
Per un momento odio la pioggia, in macchina tornando verso casa con il cuore gonfio di emozioni e poche parole per esprimerle.
Mi sento carico senza poter esplodere, vorrei piangere eppure temo che mi lascerebbe peggio e più sguarnito di come già non sono.
Accendo i tergicristalli e le quattro frecce, due click automatici. Fugacemente agogno di poter fare lo stesso con l’oblio e la mia testa.
Click accesa. Click spenta.

Click cuore acceso. Click cuore spento.

Ed invece il flusso ininterotto di ricordi, sensazioni, impressioni, vittorie e sconfitte passano lo stesso, un flusso wolfiano che eccita vie neuroniche nascoste o volutamente sopite.
D’improvviso sono di nuovo al volante, un tizio mi supera a sinistra sparato con le quattro frecce accese e mi taglia la strada, un fottuto albero di natale ambulante prende la rampa sulla mia destra e svanisce nella pioggia. Non ho nemmeno il tempo di bestemmiare, è già andato.

I Green Day rullavano sulla seconda strofa di un pezzo di Warning. Per lunghi attimi c’e stato solo silenzio, il ritmico andare dei tergicristalli e della pioggia onnipresentee battente ovunque.
Strano come ci si riesca ad estraniare in pochissimo. Mi torna in mente una lunghissima telefonata durante un pranzo da amici, 45 minuti passato su un balcone a parlarle e a desiderare di guardarle le labbra. Mi torna in mente il primo lungo bacio appena arrivato a Parigi, acerbo sognatore incauto. Rivedo le litigate, i pianti, le telefonate intercontinentali a spese Technicolor mentre stava a New York, il dolce amore sul letto di un genio del novecento, il calmo respirare nelle notti che si dormiva assieme abbracciati stretti.
Ma la realtà è ben altra, l’ultimo semaforo prima di casa, la mia cameretta arronzata in un balconcino di 2 metri per uno, il coas che supremo regna nell’abitaizone, la mia voglia di fuggire da tutto questo.
Basta poco che  il senso di  dislocamento cresce, prima di arrivare alle lenzuola mi chiedo più volte per quale motivo calco ancora il natio suolo. Cerco un motivo valido per non prendere il primo aereo che porta verso la civiltà e iniziare da capo finalmente e testardamente solo.
Mi scopro codardo e vile: la prospettiva di una vita come la conduco ora, pazza e sregolata,  mi tenta e mi tira verso il basso, il pensiero di lei completa l’opera. Forse se fossi cosi integerrimo come molti credono che sia, se credessi per un solo istante alla "recita" cui ho dato atto spesso per costruire il personagio standard di Alessio da dare agli altri, me la sarei anche potuta cavare con qualche battuta cinica e un mare di "passerà".
Ora ce molto poco di quel fantoccio, c’e solo uno spirito irrequito, che da una parte aspira all’essere Samana come suggerisce Hesse, e dall’altra contrariamente vorrebbe potersi perdere.

Grazie a una amica sono arrivato alla conclusione che quando si perde una persona cara è molto più del valore intrinseco che si attribuisce ad essa che viene perduto: si perde una guida, un lume che rende la strada della vita più facile e meritevole di essere percorsa.
In genere il vuoto lasciato da questa perdità porta molta consapevolezza, una conoscenza carica di ricerca, introspettivo viaggio verso la necessità di alzarsi in piedi e finalmente diventare le guide di se stessi.

Apro il portone e l’ascensore, lento e male illuminato.
Nello specchio trovo l’immagine di chi ha molto pensato ma non s’e poi mosso tanto.
Mezzo sorriso all’idea del letto, oblio tascabile e torpore.
strisce d’acqua sugli occhiali sporchi.

Piove.

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