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Il tempo si muove in una direzione, la memoria in un’altra, e noi siamo impegnati a costruire artefatti per contrapporci all’inarrestabile flusso dell’oblio. In realtà, ci contrapponiamo al flusso del silenzio. Erigiamo pietre: le pietre parlano, anche dopo tutti questi secoli. Contro la pressione del silenzio, dell’oblio, contro l’assenza di memoria, schieriamo vari tipi di principi di informazione. I primi elementi di informazione, forse, erano pezzetti di argilla color ocra, il bisonte riprodotto nella risoluzione minima necessaria. La stilizzazione dei graffiti delle caverne non ha perso minimamente la sua efficacia, neanche dopo tutti questi millenni; di quale schermo del mondo odierno potremo dire la stessa cosa nel giro di un decennio? E quei bisonti saranno riconoscibili, inalterati, su qualsiasi piattaforma, qualsiasi mezzo d’informazione dovessimo possedere.

Riecheggianti contro il silenzio, emersi dall’oscurità primigenia grazie a un impulso che ciascuno di noi ha provato, da bambino, disegnando. Riecheggianti in questa cosa che abbiamo sempre prodotto, questo immenso e incredibile meccanismo che conserva l’informazione nei suoi interstizi, una memoria globale, comunitaria, una nostra protesi a cui abbiamo iniziato a lavorare ancor prima di lavorare sul legno, sulla pietra, sull’acciaio o sui materiali genetici. Non ho il minimo dubbio che durante la mia vita questo meccanismo sia cresciuto in modo più strisciante, più potente, pressoché onnicomprensivo. Lo so perché quando ero un bambino il flusso dell’oblio e l’eventualità del silenzio erano ostacolati con minore precisione. Lo so perché la morte era allora una presenza meno costante. Perché non c’era nessun pulsante per il replay. Perché i soldati che morivano nelle Fiandre morivano in bianco e nero e non correvano come correvano gli esseri viventi. Perché il solaio del mondo era ancora in disordine. Perché nelle valli della Virginia della mia infanzia c’erano ancora vecchi che ricordavano un’epoca in cui la musica registrata non esisteva. È raro che ci colpisca quanto è incredibile sentire cantare un morto quando ascoltiamo Elvis che canta Heartbreak Hotel.Ma nel contesto della più lunga vita della specie, questo è qualcosa che si è reso possibile solo qualche momento fa (…).

Oggi il nostro «ora» è diventato al tempo stesso inesorabilmente breve e virtualmente eterno, e tutto come conseguenza del pulsante del replay. Mentre la capacità di ricordare diventa sempre più condivisa, la storia è considerata in maniera ancor più evidente come un concetto teorico, una costruzione soggetta a revisione. Se come specie ci siamo occupati di arginare lo scorrere del tempo con la creazione e l’aggiornamento di meccanismi mnemonici esterni, cosa succederà quando tutti questi meccanismi, per quanto mi pare di intuire insito nella loro natura, finiranno per fondersi? L’omega di tutta l’esistenza umana potrebbe essere un singolo momento di durata effettivamente senza fine, un infinito Ora. Potremmo avere ben poche scelte in materia, visto che le modalità di memoria accessoria che abbiamo creato durante il nostro percorso evolutivo si sono rese autonome, evolvendosi in una propria direzione (…).

I cambiamenti più profondi che provengono dall’innovazione tecnologica sono spesso del tutto involontari. Non promulghiamo leggi su come pervenire a quell’Ora digitale, a quel Qui digitale. Non prendiamo quella direzione dopo una necessaria riflessione. Ci muoviamo semplicemente in quella direzione. Il cambiamento sociale è tecnologicamente determinato. Spesso non promulghiamo leggi sulle nuove tecnologie in divenire. Emergono e basta. Attraverso i mercati. E i mercati scoprono da soli come utilizzare le cose (…). Con un incremento esponenziale della potenza dei computer, e una discesa parimenti esponenziale del loro costo, il nostro oggi cambierà. La terra incognita dismetterà i suoi misteri come mai aveva fatto prima, e in quell’Ora digitale si presenteranno a noi nuovi progenitori. Immagino che, in quell’Ora, l’arte sarà vista sempre più come atto non di creazione ma di curatela (…).

Il mio collega Bruce Sterling ha detto che il secolo che si allontana alle nostre spalle è stato un secolo di «ismi». Erano basati, pensa lui, sul malinteso fondamentale e fatale che la filosofia ha la meglio sulla progettazione. Non è così. Lui afferma che in un mondo completamente in grado di controllare le sue basi materiali, l’ideologia non è niente più che un velo sottile. La tecnologia in senso ampio: l’abilità di trasformare le risorse, la velocità con cui nuove possibilità possono essere aperte e realizzate, le svariate e diversificate forme di comando e controllo… la tecnologia, e non l’ideologia, sarà l’eredità che ci lascia il secolo precedente. Guidati da un sempre più rapido incremento della potenza di computer e connessioni, e dal contemporaneo sviluppo dei sistemi di sorveglianza e delle tecnologie di localizzazione, stiamo avvicinandoci a uno stato teorico di assoluta trasparenza dell’informazione, in cui lo scrutinio «orwelliano» non è più un’attività gerarchica, dall’alto in basso, ma un’attività resa nuovamente democratica. Come individui perdiamo sempre più livelli di privacy, così come, alla fine dei conti, succede ad aziende e stati. Questo è probabilmente intrinseco alla natura stessa della tecnologia dell’informazione (…).

Se George Orwell avesse saputo di Bletchley Park, e del lavoro pionieristico che vi svolse Alan Turing e altri decifratori di codici del tempo di guerra, e avesse avuto qualche sentore di dove potevano portare, forse avrebbe immaginato il suo Ministero della Verità dotato di schede perforate e condotti pneumatici, per meglio setacciare le ultime vestigia di libertà di una popolazione ridotta allo stremo. E potremmo anche cercare di immaginare la Stasi della Germania Est dotata di computer in modo che il loro sistema non avrebbe finito per essere sommerso dal peso invincibile delle schede cartacee. Ma in qualche modo non funziona, è inequivocabile che il sistema della Germania Est appartenga al paradigma di comunicazione precedente, quello che Orwell aveva compreso con tanta esattezza (…).

Che i nostri fratelli ancora più grandi, per il bene della sicurezza nazionale, setaccino mari di dati, ancor più ampi e sempre più trasparenti, può darci fastidio, ma questo è qualcosa con cui aziende e persone hanno già avuto a che fare, e con cui avranno sempre più a che fare. La raccolta e la gestione dell’informazione, a qualsiasi livello, sarà autorizzata in maniera esponenziale dalla natura stessa del sistema, così il sistema sarà globale, transnazionale e, in una versione intrinseca del tutto inedita, non gerarchico. La trasparenza è assenza del silenzio e dell’oblio. Diventa difficile per chiunque, proprio per chiunque, come non lo è mai stato in passato, tenere un segreto (…).

È qualcosa che vorrei sottoporre all’attenzione di ogni uomo di stato, leader politico e dirigente d’azienda: il futuro, alla fine, vi porterà allo scoperto. Non riuscirete a mantenere i vostri segreti. Il futuro, maneggiando strumenti di trasparenza inimmaginabili, l’avrà vinta su di voi. Alla fine, quello che avrete fatto sarà sotto gli occhi di tutti (…).

Un mondo di trasparenza dell’informazione sarà per forza anche un mondo dalla delirante molteplicità di punti di vista, attraversato da una semina di false informazioni, dalla disinformazione, da teorie della cospirazione e da un elevato tasso di pazzia. Potremmo anche essere capaci di vedere più chiaramente cosa sta accadendo, ma questo non significa che ci troveremo anche prontamente d’accordo. Orwell fece il lavoro che si era proposto di fare, lo fece con efficacia, in modo eccellente, si dedicò alla creazione meticolosa della nostra più nota visione distopica (…).

Le distopie hanno a che fare con la realtà tanto quanto ne hanno le utopie. Nessuno di noi ci ha mai vissuto… eccetto, nel caso delle distopie, a causa delle inevitabili e naturali vicende della vita, in qualche posto estremamente sfortunato. Il che non significa che in qualche modo Orwell si sia sbagliato, ma piuttosto che ha avuto ragione. 1984 rimane uno dei tragitti più rapidi e condensati al cuore dei diversi aspetti reali del… 1948, l’anno in cui fu scritto. Se volete conoscere un’epoca, studiate i suoi incubi più lucidi. Nello specchio delle nostre paure più oscure, vedremo svelarsi molte cose. Ma non scambiate quegli specchi per mappe del futuro, o anche solo del presente.

William Gibson

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