Click

Piove.
Il cielo e un maledetto straccio zuppo che scroscia giù le troppe lacrime amare della  città.
Piange indiscriminatamente su tutto e tutti, pulisce, rigenera e smuove la marana sul fondo.
Per un momento odio la pioggia, in macchina tornando verso casa con il cuore gonfio di emozioni e poche parole per esprimerle.
Mi sento carico senza poter esplodere, vorrei piangere eppure temo che mi lascerebbe peggio e più sguarnito di come già non sono.
Accendo i tergicristalli e le quattro frecce, due click automatici. Fugacemente agogno di poter fare lo stesso con l’oblio e la mia testa.
Click accesa. Click spenta.

Click cuore acceso. Click cuore spento.

Ed invece il flusso ininterotto di ricordi, sensazioni, impressioni, vittorie e sconfitte passano lo stesso, un flusso wolfiano che eccita vie neuroniche nascoste o volutamente sopite.
D’improvviso sono di nuovo al volante, un tizio mi supera a sinistra sparato con le quattro frecce accese e mi taglia la strada, un fottuto albero di natale ambulante prende la rampa sulla mia destra e svanisce nella pioggia. Non ho nemmeno il tempo di bestemmiare, è già andato.

I Green Day rullavano sulla seconda strofa di un pezzo di Warning. Per lunghi attimi c’e stato solo silenzio, il ritmico andare dei tergicristalli e della pioggia onnipresentee battente ovunque.
Strano come ci si riesca ad estraniare in pochissimo. Mi torna in mente una lunghissima telefonata durante un pranzo da amici, 45 minuti passato su un balcone a parlarle e a desiderare di guardarle le labbra. Mi torna in mente il primo lungo bacio appena arrivato a Parigi, acerbo sognatore incauto. Rivedo le litigate, i pianti, le telefonate intercontinentali a spese Technicolor mentre stava a New York, il dolce amore sul letto di un genio del novecento, il calmo respirare nelle notti che si dormiva assieme abbracciati stretti.
Ma la realtà è ben altra, l’ultimo semaforo prima di casa, la mia cameretta arronzata in un balconcino di 2 metri per uno, il coas che supremo regna nell’abitaizone, la mia voglia di fuggire da tutto questo.
Basta poco che  il senso di  dislocamento cresce, prima di arrivare alle lenzuola mi chiedo più volte per quale motivo calco ancora il natio suolo. Cerco un motivo valido per non prendere il primo aereo che porta verso la civiltà e iniziare da capo finalmente e testardamente solo.
Mi scopro codardo e vile: la prospettiva di una vita come la conduco ora, pazza e sregolata,  mi tenta e mi tira verso il basso, il pensiero di lei completa l’opera. Forse se fossi cosi integerrimo come molti credono che sia, se credessi per un solo istante alla "recita" cui ho dato atto spesso per costruire il personagio standard di Alessio da dare agli altri, me la sarei anche potuta cavare con qualche battuta cinica e un mare di "passerà".
Ora ce molto poco di quel fantoccio, c’e solo uno spirito irrequito, che da una parte aspira all’essere Samana come suggerisce Hesse, e dall’altra contrariamente vorrebbe potersi perdere.

Grazie a una amica sono arrivato alla conclusione che quando si perde una persona cara è molto più del valore intrinseco che si attribuisce ad essa che viene perduto: si perde una guida, un lume che rende la strada della vita più facile e meritevole di essere percorsa.
In genere il vuoto lasciato da questa perdità porta molta consapevolezza, una conoscenza carica di ricerca, introspettivo viaggio verso la necessità di alzarsi in piedi e finalmente diventare le guide di se stessi.

Apro il portone e l’ascensore, lento e male illuminato.
Nello specchio trovo l’immagine di chi ha molto pensato ma non s’e poi mosso tanto.
Mezzo sorriso all’idea del letto, oblio tascabile e torpore.
strisce d’acqua sugli occhiali sporchi.

Piove.

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