Traumi

Zoe è un cane.

Ha il muso marrone e la schiena nera, zampe pesanti e l’espressione stolida di chi t’ama profondamente con una punta di dedizione senza preoccuparsi delle sottigliezze.

Fa caldo quando i miei partono per la prima volta affidandomi i pargoli la cui venuta a casa ho così tanto osteggiato.

Ho sempre trovato ridicolo circondarsi di animali per supplire a manchevolezze nel proprio quotidiano. Evidentemente i miei non sono dello stesso parere sicchè, per tutelare il loro sacro diritto alle ferie, lasciano 3 cani proprio a me che disapprovo (diciamolo pure, odio) gli animali d’appartamento.

Mi trovo cosi ad accudire 3 cani con una croce di dita sul cuore e la speranza che questo mio forzarmi venga apprezzato dai Marcheggiani.

I miei partono con sfarzosi sorrisi e centinaia di raccomandazioni: cibo, uscite, coccole, niente è lasciato al caso.

Sono già al secondo giorno di dogsitting; fuori un caldo pomeriggio s’aggiunge lento ai miei ricordi come una delle giornate più calde della stagione, per strada nessuno, il placido vento caldo scivola morbido e bollente sull’asfalto cullando il piacevole vuoto visivo ed uditivo offerto dai miei intorni.

Sfrutto la coincidenza astrale e libero gli animali su un prato ancora folto ma già ampiamente deserto. Scodinzolano tranquilli in cerca di odori nuovi e limiti privati in un territorio pubblico, li guardo con gli occhi strizzati per quanta luce c’è. Vedo ombre scure giringirare qui e li controllando l’ultima feromonica spruzzata lasciata da qualche altro esemplare canino passato per di li.

Comincio a pensare di riportarli su e uscire, li chiamo e ne tornano due su tre. Manca uno, cazzo. Manca Zoe.

La chiamo e la cerco senza ottenere risposta. Mi avvicino al primo cespuglio e la trovo adagiata a terra che si lecca la zampa posteriore destra a profusione.

Sul momento non faccio caso ne all’odore che emana, ne all’insistenza maniacale con cui insiste nel leccarsi.

Lego il guinzaglio e mi avvio verso casa, subito preceduto dagli altri due cani. Zoe non ce la fa, rimane indietro, piange.

Mi giro per sgridarla e noto una scia di umido sull’asfalto perfettamente asciutto che porta direttamente alla cagnolina. Trema, si siede a terra, mi guarda e ricomincia a leccarsi.

Scosto con difficoltà la testa per vedere un taglio profondo e netto aperto sulla zampa. Un vetro, un vetro fottuto, qualche idiota deve aver lanciato una bottiglia di vetro contro un albero senza preoccuparsi delle schegge sparse qui e li. Deve essere stato un vetro, mi dico, mentre abbraccio la cagnolina e di peso la porto a casa.

Il sangue sgorga copioso dal taglio e temo il peggio, vinco la reticenza per ferite e simili e le stringo la zampa con la mia destra.

Entro in ascensore come un ossesso, pigio il tasto 6 con il naso e mi vedo nello specchio. La maglietta per fortuna è nera, ma è già intrisa di sangue, mi guardo la mano e vedo solo carmigno icore ruscellare tra le dita e perdersi a terra.

Entro a casa e adagio Zoe dentro la vasca, mi guarda con paura ma non emette un suono, scodinzola a tratti, continua a cercarmi. La sciacquo con dell’acqua ossigenata, la bendo come posso e scappo dal veterinario.

Il tragitto in macchina non è facile, Zoe si sdraia e chiude gli occhi, io continuo a chiamarla mentre viaggio a velocità relativistica nel traffico. Sange, c’e sangue ovunque, anche in posti in cui non è stata. L’odore di paura è forte e mozza il fiato.

Strano come non ci si abitui mai al puzzo del sangue. E’ un richiamo primordiale ed innegabile che spinge lo stomaco a contrarsi e, nel mio caso, i testicoli a risalire verso la gola.

Arrivo dal veterinario sperando sia aperto, la serranda è alzata e la porta leggermente socchiusa. L’apro sperando che non ci sia nessuno in sala d’attesa. Presto poca attenzione alla gente in sala. Entro direttamente dal veterinario, coperto di sangue non mio e con un fagotto mezzo svenuto in braccio.

Si mette subito all’opera con certosina pazienza e lava il taglio, mentre lo fa mi parla e prova a tenermi sveglio, mi guardo tra un discorso e l’altro solo per rendermi conto di quanto sangue m’abbia incollato la maglietta addosso, mi sale un conato di vomito istantaneo e la testa gira vorticosamente.

Mi accascio sul tavolo di metallo del veterinario con la faccia sul freddo acciaio. Siete mai svenuti? Mi siete mai spenti? Per me è la seconda volta, non è piacevole per niente, ti lascia una sensazione di vuoto e di incompletezza che difficilmente si colma in seguito.

Ci si spegne, si chiudono gli occhi,  ci si accascia dove ci si trova e niente più. Ci si sveglia con il dolore della botta presa e con il desiderio di sapere come e perché ci si è spenti.

Mi sveglio che Zoe è cucita, mi dicono che son sparito per pochi secondi, ma per me è lo stesso. Decido che non avrei voluto più la responsabilità d’assicurarmi il benestare di terzi.

Trovo già abbastanza difficile mantenere in forma me, figuriamoci se mi posso assicurare il benessere d’un cane.

Avevo 25 anni, mai decisione fu più tristemente disattesa.

Ne ho quasi 30, il diritto alle ferie degli altri è sempre sancito da poteri superni e superiori al mio faticoso diritto di lavorare e vivere in pace la mia incasinatissima esistenza.

Questa volta non si tratta di 4 giorni. I miei partono per 2 settimane accollandomi la pratica cani senza nemmeno chiedermi il permesso di schiaffarmelo dietro. Bene, direbbero alcuni. Ouch, altri.

Appartengo ad una casta di mezzo evidentemente, dato che per il maledetto quieto vivere non piallo subito l’evidente felicità che il resto della mia inutile famiglia sprizza da ogni poro per l’incipiente viaggio verso una non ben denotata meta del sud del mondo.

Mi sforzo di capire come si possa essere così impertinentemente imbecilli da perseverare nel mantenere un numero di animali domestici bisognosi di attenzioni pari al numero di idioti bipedi che calcano gli 85 metri quadri di casa. Stando ovviamente attenti alle incipienti pisciate che i cantopi così efficacemente elargiscono.

Mentre mi struggo nel primo tentativo di portare i cani a pisciare in luoghi più comuni del mio salone, mi attanaglia il pensiero che niente renderà le mie prossime due settimane un periodo felice.

Mi sento costretto ad un compito improbo e senza senso nel buon nome della mia passata bontà. Ma scopro ben presto che anni di vaneggiamenti hanno lasciato ben poco di buono dentro di me.

Cerco immediatamente una pensione per levarmi dal cazzo i cani. Il prezzo è assurdo, inoltre dare 800 euro a una coppia di animalisti stronzi mi crea spasmi tonico muscolari al braccio sinistro.

Mentre mi fascicolano i muscoli attacco la telefonata con la spocchiosa idiota che mi chiede 80 euro/giorno per tenere 4 cani di piccolissima taglia in 20 metri quadri di verde.

Comincio a pensare di non aver correttamente colto il senso della vita, che il mio studiare non sia servito a niente e che sarebbe stato meglio se con i soldi versati per la pessima università avessi comprato un ranch per tenere i cani di ricchi durante le loro sortite libertarie a Courmayeur.

E già il mattino del 3 giorno. Trovo un messaggio di mia madre  in segreteria. E tutta colma di serena felicità mentre mi chiede di ricaricare i cellulari delle mie sorelle. E stracolma di felicità mentre mi saluta di corsa e mi assicura che mi ridarà i soldi quando torna.

Non mi chiede nemmeno come sto.

Attacco in ufficio, dopo aver pulito il quotidiano casino lasciato dall’intestina genuina manovalanza canina, senza fornire una adeguata risposta all’appendicite familiare che impesta l’Ecuador in mia vece.

Dopo poche ore squilla il telefono, mia sorella straparla convenevoli con dubbi risvolti sociali. Le dico che va tutto bene e che i cani sono in pensione. Silenzio.

Ancora silenzio.

Poi mi passa mio padre che mi chiede dell’accaduto.

Rispondo come solo chi lavora 13 ore al giorno può fare: devo lavorare, a dispetto della sua pensione, di mia madre che fa finta di occupare un posto per 7:45 ore al dì e che è andata in depressione per una categoria di lavoro che non le è stata accordata dagli anni ’80, delle mie sorelle semidisoccupate in cerca di un nullafare per riempire di qualcosa le loro rancorose giornate.

Mentre finisco di parlare ecco mia madre che strepita e urla la mia mancata correttezza, il mio mellifluo sotterfugio.

Se solo sapessero che i cani sono a casa.

Istantaneamente è satori. Non interessa di come sto, di chi sono, di ciò che faccio, dei miei problemi, dei miei sogni, del mio vivere. Non conto niente, non sono niente, non merito niente.

In realtà mi basto, mi conto e mi merito. Io esisto.

Cazzo, Io sono vivo e voi siete morti.

Scrivo e aspetto che tornino, solo per far assaggiar loro il vuoto che conto di lasciare.

Penso.

 

 

 

 

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