Non si corre mai abbastanza lontano da se stessi.

Il natale ha sempre un effetto funesto sulla mia psiche. 

Comincia strisciando, col primo freddo, l’isteria collettiva della festa.

Gente sempre più inspiegabilmente coperta per le strade, loschi tizi in pettorina arancione abbarbicati sopra il  massimo piano prospettico che riesci a vedere nel gigantesco ingorgo dele 17: 35 in cui sei confluito grazie agli onnipresenti ed improvvisi “lavori” in cui un romano non può non imbattersi, le prime luci al neon sapore Bianco Natale che campeggiano davanti la tua finestra a ricordarti invasivamente che sta arrivando.

Poi le prime foto con improbabili conti alla rovescia verso mete astruse su ogni social network, pubblicate da “amici” che odiavi alle elementari.  I volti forzatamente sorridenti, la fila nei supermercati con i suoi vecchietti sempre più grigi e grinzuti persi dentro se stessi, occhi lacrimosi di chi ha resistito a tutto per vedersi invadere dai centri commerciali e dal lusso a poco prezzo. 

Quest’anno la mia soglia di sopportazione mi ha abbandonato qui.

Un po’come la mia prima bicicletta, regalo di seconda mano di mia madre, riconsegnatami rotta dopo il primo giro in cui la prestavo. Era estate. Eppure se penso ad un momento deprimente della mia vita, abitudine oramai conclamata in questo periodo, il cazziatone dei miei, e la bicicletta relegata in cantina con il foglio di via perché nessuno dei due ebbe il cuore o la testa di sedersi vicino a me a farmi vedere se si poteva aggiustare, è sicuramente parimenti calzante. 

Avrei dovuto capirlo lì che crescere era un inganno. 

Avevo otto anni quando Babbo Natale venne a casa, pieno di doni, su delle fantastiche scarpe da donna. Mia madre s’era vestita in terrazza con la scusa di andare a raccogliere i panni. Dolce eh? Non ricordo nemmeno dove stava mio padre. Se c’era, non ha mai dato segni di vita. 

Schifo il Natale perché l’ho talmente amato da inorridire a vederlo vituperato in malo modo negli anni. Quel senso di orrore, che solo una persona vicina per cui provi amore e stima, fallendo, potrebbe garantirti in mezzo a tanta altrui felicità, non mi ha mai lasciato veramente. 

Sono ancora nel traffico è d è il tramonto, il semaforo s’è fatto più vicino, il tizio con la pettorina è sceso e sta fumando una sizza con un suo collega che smanetta, nel frattempo, dentro una cabina della corrente. Gli addobbi si accendono, molti si affrettano su i marciapiedi colmi di clienti soddisfatti, prigionieri di sbrilluccicanti vetrine. 

Vedo loro e sono altrove anni prima. 
24 Dicembre sera, al negozio dei miei zii. Grande opportunità commerciale, il Natale, specialmente se sei l’ultimo negozio aperto in una città abitata da “nonvivi” mangiatori di carboidrati e tu vendi pasta all’uovo. Ed entravano, a frotte, imbellettati e già pronti per festeggiare, tutti ghingeri e piattini, a comprare l’ultimo vassoio di pasta ordinata per telefono ore prima, sfoggiando il più smagliante sorriso del repertorio mentre illudevano i mei tentativi di chiudere la porta del negozio, affinché anche io avessi potuto aspettare Babbo Natale. 
Cenammo al negozio, tutti bianchi di farina. 

Il lungo serpentone di macchine avanza, io con loro, bestemmiando i sandali d’un santo a caso tra i molti finiti nel mio florido repertorio. 

E’ Natale, e come sempre, voglio fuggire via. 

Non si corre mai abbastanza lontano da se stessi. 

Alessio 

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